domenica 19 luglio 2015

La rabbia.

C'era una rabbia che non aveva ragion d'essere, non aveva nome né un posto in cui stare. Cercava un canale in cui manifestarsi dopo essere stata nascosta e negata tanto a lungo. Si sentiva emarginata, esclusa, disconosciuta. Nel suo baratro la rabbia era cresciuta lentamente, era diventata forte, aveva acquisito coscienza di sé. Questa rabbia voleva uscire dall'antro buio in cui era stata reclusa, moriva dalla voglia di presentarsi al mondo però non riusciva a trovare il modo giusto per farlo.
"Non c'è posto per te nel nostro mondo" le dicevano, "torna da dove sei venuta". La rabbia queste parole non le riusciva a comprendere: perché non mi volete? cosa c'è di sbagliato in me? E lei nel frattempo cresceva, cresceva.
E pianificava. Troverò una via d'uscita, si diceva, riuscirò a farmi accettare da voi. Lo vedrete, io non sono tanto diversa da voi anzi, se sono quella che sono lo devo anche e soprattutto a voi. Più mi respingevate più volevo tornare da voi. Mi avete fatto sentire indesiderata, cosa c'è di sbagliato in me? Solo io riesco a vedere quanto siamo simili voi e me?
Ci fu un giorno in cui la rabbia ebbe un primo assaggio di libertà. Ogni tanto si ritrovava a pensare ai frammenti di vetro delle vetrine che brillavano alla luce del sole come centinaia di lucciole mentre cadevano sul duro asfalto; l'aria satura di gas lacrimogeno offuscava il pensiero provocando un leggero allentamento della volontà, quell'aria sapeva tanto di libertà; la tristezza e la disperazione altrui la tranquillizzavano, le mille coscienze all'unisono vòlte verso Nihil e il disegno improvvisamente diventava chiaro, un cammino istintivo da seguire; il lancio dei sassi e le cariche dall'altra parte risultavano in un movimento sinuoso, un'estasi collettiva che tutto abbracciava, un Matejko, un Antoine-Jean Gros, oppure un Goya o un dipinto futurista; il fuoco che saliva dall'autoblindo era la cosa più calda di cui avesse memoria, era un fuoco romantico che avviluppava lo sporco e il marcio, sussurrando dolcemente: "non ti preoccupare, andrà tutto bene". Recitava versi di Mayakovsky, inneggiava Pasolini e De Sade. Quello era stato un bel giorno per la rabbia.
Poi era tornata l'ipocrisia, le parole vuote, l'anestesia. La rabbia può ancora ricordarsi la paura e la frenesia di quel periodo. Era una rabbia molto più matura però intrinsecamente fragile, aveva capito che nascondersi era nel suo stesso interesse, che doveva preservarsi, studiare, razionalizzarsi. Aveva terrore di esporsi, farsi trovare in quel momento avrebbe significato morire. Non che avesse paura della morte, al contrario, essa legittimava la sua lotta e la spogliava di ogni transiente deriva narcisista. Proprio lei, col suo narcisismo supremo, doveva manifestarsi al momento opportuno. Fino ad allora avrebbe dovuto portare pazienza.
Così la rabbia si trasformò in rancore. In quel mondo che non la voleva, si disse la rabbia divenuta rancore, lei ci sarebbe stata comunque ma a modo suo. Decise di viaggiare, si mise in cerca di altro rancore. Non fu difficile, dovunque si girasse vedeva rabbia e rancore. Lo vedeva nei manifesti pubblicitari e nelle campagne, lo riconosceva nelle case delle famiglie ricche, nelle case delle famiglie povere, nelle case bombardate e in quelle in costruzione, era manifesto nelle sedi di partito, serpeggiava nelle aule universitarie. Veniva celebrato in alcuni libri, idolatrato dalle religioni e distribuito durante i telegiornali. Il rancore era ovunque. Quel mondo che l'aveva disconosciuto era esso stesso intriso di rancore, su di esso si reggeva e a partire da esso si autogovernava. Le leggi che quel mondo si era dato avevano il comune assioma della presenza del rancore e delle sue molte forme. Quel mondo, era evidente, poteva funzionare solo a partire dall'istituzionalizzazione e interiorizzazione della rabbia.
Vedeva la rabbia altrui sfruttata e assoggettata al costruttivismo sociale, relegata a servire gli interessi dei pochi. Respirava frustrazione a pieni polmoni e pensava "bene, tanto meglio". Era il sistema stesso a darle fratelli e sorelle e, così facendo, stava portando da sé la corda per la propria impiccagione. Non era un sistema in grado di rinnovarsi, solo la rabbia aveva questa capacità, perciò la sola cosa che poteva fare era tamponare, negare, umiliare e prevaricare la rabbia altrui. Spingendola a dubitare di sé, drogandola con parole vuote e prive di senso. "Speranza" dice il sistema, "libertà, democrazia. Futuro!". Questo stesso processo il rancore lo aveva subito sulla propria pelle e lo vedeva riproposto ancora e ancora.

Le ferite, chiuse da tempo, stanno ricominciando a sanguinare. Piccole gocce dense scendono seguendo percorsi scavati dalle urla di tormento durante gli anni come il vento con l'arenaria, e, raggiungendo le infelicità altrui, si coagula. Il contatto regala una stilla di calore e il pensiero corre alle sensazioni provate quel giorno di tanto tempo prima. I ricordi tornano vividi e anche la consapevolezza.
La pupilla si dilata, il respiro si regolarizza, la mente è lucida. Il rancore torna rabbia ma questa volta non ha catene a fermarlo.
Oggi non ci sono camionette né vetrine, la rabbia ha imparato ad incanalarsi là dove serve. Certe volte il massimo risultato si può ottenere anche da azioni estremamente piccole e basilari. La sua quotidiana lotta glielo aveva fatto capire da tempo: il sistema è pieno di falle e si regge solo per pietà e per paura.
Oggi lui non ha né l'una né l'altra, ma pura e cristallina rabbia. Un cavo tocca un altro cavo come fanno due labbra che si baciano e rimangono lì sospese. Si scambiano fluidi e scintille e, infine, sboccia il fuoco. Un primitivo amico che riscalda fin dentro le ossa mentre sale. L'odore acre del fumo riempe le narici.
È una centrale elettrica a bruciare questa volta, da qualche altra parte bruciano caserme, banche, ospedali, aeroporti. Bruciano le case dei ricchi e dei poveri. Bruciano i cimiteri, bruciano i televisori, bruciano i libri e bruciano le persone. Brucio anch'io. Finalmente c'è giustizia.

martedì 4 novembre 2014

Your hand in mine

Ti penso tutte le notti ed ogni notte ti dedico una canzone diversa. Poco importa se poi non le ascolterai mai. Il bello è anche questo: godere dei propri sentimenti, sapere di essere ancora in grado di provare emozioni così forti, scoprirsi felice ad immaginare ipotetiche passeggiate al tramonto, godere dei tuoi sorrisi, dei tuoi occhi. Vorrei poterti dire tutto ciò che provo di persona. Mi piacerebbe prendere il coraggio a due mani uno di questi giorni e confessarti il mio amore. Ma sono un pavido.
Tu splendi e con la tua luce illumini tutto ciò che ti circonda, ed io mi accontento dei bagliori riflessi che mi arrivano lontani. Eppure è sufficiente a darmi calore e mi crogiolo nella tua magnificenza.
Sei bella. Di una bellezza pura e naturale. Sei bella non perché mi piaci ma perché sei bella. Non c'è discussione. Ti hanno fatta bella, non è quello che indossi, non c'è trucco. Facendo qualunque cosa tu faccia ti mostri bella e chiunque ti circondi gode di tale capolavoro.
Mi piaci per quel che dici, mi piaci quando ti indigni, quando ti diverti, quando esplori il mondo, quando sei triste, quando ti esalti, quando scherzi. Adoro la tua ironia, il modo in cui ti difendi quando ti attaccano, i tuoi valori e le tue convinzioni.
Sei così sveglia, sei un punto di riferimento. Sei quello che ogni giorno mi fa cercare di essere una persona migliore, sei la mia aspirazione.
Probabilmente un giorno andrai dove io non potrò seguirti e troverai qualcuno che saprà darti ciò che io non posso offrirti. Quella persona sarà fortunata ed io sarò stato fortunato a mia volta ad aver incrociato il tuo cammino per un periodo della mia vita. Non avrò rimpianti perché ciò che di bello tu rappresenti per me già rende le mie giornate più luminose.
Vorrei solo che tu potessi ascoltare le canzoni che ti dedico.
Stanotte ho scelto questa.

venerdì 31 ottobre 2014

Haiku #1

Il risveglio dei sensi,
le farfalle in volo,
l'aria mite.

Pensieri meno densi.
"Mi spiace figliolo
hai la peritonite".

domenica 26 ottobre 2014

Il genio

Sono circondato da persone geniali. Io non lo sono manco per niente però mi ritengo un buon osservatore. Almeno credo. Credo anche sia gratificante riconoscere il genio altrui e non posso che ritenermi fortunato per avere la possibilità di confrontarmi con questa gente. Tanto gratificante almeno quanto è frustrante.
Il genio, il talento, non lo puoi raggiungere. Sudore, sangue, lacrime, c'è poco da fare sarà sempre fuori dalla tua portata. Quindi un tizio normale cosa può fare?
Questa è LA domanda, la domanda con la quale mi sono confrontato tutto questo tempo, mentre vivevo questi anni da eccellente gregario, ottima spalla, superbo secondo.
La risposta dopo un po' arriva ed è strettamente correlata con la stanchezza. Cominci a renderti conto che cercare di tenere il passo degli altri non ha senso e allora lentamente molli la presa e ti lasci andare. Ti lasci fluttuare nel mare e ti godi lo spettacolo.
Godi delle meraviglie di quello che è attorno a te e sei felice, dico davvero, non te ne frega più niente. Un rumore sordo in sottofondo, una corazza elettrica a proteggerti e senza neanche accorgertene eccoti diventato la medusa.

L'inizio

La medusa fluttua dolcemente in quel mare limpido. I tuoi occhi di bambino la seguono. Il suo modo di navigare ti affascina, non riesci capire se si stia dirigendo da qualche parte o se lasci che sia la corrente a deciderlo per lei. Anche il modo in cui interagisce con il mondo a lei attorno ti è incomprensibile. Sarà indifferenza? O magari questa creatura presenta una forma di intelligenza tanto superiore da potersene legittimamente sbattersene?
Non sono mai stato un tipo particolarmente problematico, curioso forse sì e spesso le due cose nella mia famiglia tendevano ad essere confuse. Quell'estate ritorna spesso tra i miei ricordi, non ne so il motivo. Avevo galleggiato intorno a quell'essere per una mezz'ora buona, a debita distanza dai suoi filamenti urticanti, poi credo mio padre mi abbia richiamato a riva. Credo che il motivo fosse qualcosa di banale, probabilmente avevo lasciato incustodito il mio Super Santos e mio padre era dovuto andare a recuperarlo da degli altri bambini che se ne erano impossessati nel frattempo. Adesso mi toccava la ramanzina. Non che me ne importasse. Era il momento di mettere in atto la tecnica della medusa, fluttuare come se il mondo esterno non potesse recarci danno alcuno.
È una bella sensazione! È qualcosa di più a dire la verità. Se lasci che le parole ti scivolino di dosso come acqua puoi concentrarti sugli altri sensi. Ti accorgi del cane che sta abbaiando dietro la figura che ti sbraita addosso. Il movimento delle onde, il gabbiano che sembra immobile nel cielo, il vento che  muove la sabbia. Sei vicino ad un qualcosa di molto simile al Nirvana. Ovviamente hai 10 anni, il Nirvana non hai minimamente idea di cosa sia, però capisci che qualcosa sta succedendo anche se non sai spiegarti cosa.
Dura un attimo, tutta l'attenzione della spiaggia sembra concentrata in un punto alle tue spalle. Ti giri, tua sorella piange. Pare sia stata punta da una medusa.