C'era una rabbia che non aveva ragion d'essere, non aveva nome né un posto in cui stare. Cercava un canale in cui manifestarsi dopo essere stata nascosta e negata tanto a lungo. Si sentiva emarginata, esclusa, disconosciuta. Nel suo baratro la rabbia era cresciuta lentamente, era diventata forte, aveva acquisito coscienza di sé. Questa rabbia voleva uscire dall'antro buio in cui era stata reclusa, moriva dalla voglia di presentarsi al mondo però non riusciva a trovare il modo giusto per farlo.
"Non c'è posto per te nel nostro mondo" le dicevano, "torna da dove sei venuta". La rabbia queste parole non le riusciva a comprendere: perché non mi volete? cosa c'è di sbagliato in me? E lei nel frattempo cresceva, cresceva.
E pianificava. Troverò una via d'uscita, si diceva, riuscirò a farmi accettare da voi. Lo vedrete, io non sono tanto diversa da voi anzi, se sono quella che sono lo devo anche e soprattutto a voi. Più mi respingevate più volevo tornare da voi. Mi avete fatto sentire indesiderata, cosa c'è di sbagliato in me? Solo io riesco a vedere quanto siamo simili voi e me?
Ci fu un giorno in cui la rabbia ebbe un primo assaggio di libertà. Ogni tanto si ritrovava a pensare ai frammenti di vetro delle vetrine che brillavano alla luce del sole come centinaia di lucciole mentre cadevano sul duro asfalto; l'aria satura di gas lacrimogeno offuscava il pensiero provocando un leggero allentamento della volontà, quell'aria sapeva tanto di libertà; la tristezza e la disperazione altrui la tranquillizzavano, le mille coscienze all'unisono vòlte verso Nihil e il disegno improvvisamente diventava chiaro, un cammino istintivo da seguire; il lancio dei sassi e le cariche dall'altra parte risultavano in un movimento sinuoso, un'estasi collettiva che tutto abbracciava, un Matejko, un Antoine-Jean Gros, oppure un Goya o un dipinto futurista; il fuoco che saliva dall'autoblindo era la cosa più calda di cui avesse memoria, era un fuoco romantico che avviluppava lo sporco e il marcio, sussurrando dolcemente: "non ti preoccupare, andrà tutto bene". Recitava versi di Mayakovsky, inneggiava Pasolini e De Sade. Quello era stato un bel giorno per la rabbia.
Poi era tornata l'ipocrisia, le parole vuote, l'anestesia. La rabbia può ancora ricordarsi la paura e la frenesia di quel periodo. Era una rabbia molto più matura però intrinsecamente fragile, aveva capito che nascondersi era nel suo stesso interesse, che doveva preservarsi, studiare, razionalizzarsi. Aveva terrore di esporsi, farsi trovare in quel momento avrebbe significato morire. Non che avesse paura della morte, al contrario, essa legittimava la sua lotta e la spogliava di ogni transiente deriva narcisista. Proprio lei, col suo narcisismo supremo, doveva manifestarsi al momento opportuno. Fino ad allora avrebbe dovuto portare pazienza.
Così la rabbia si trasformò in rancore. In quel mondo che non la voleva, si disse la rabbia divenuta rancore, lei ci sarebbe stata comunque ma a modo suo. Decise di viaggiare, si mise in cerca di altro rancore. Non fu difficile, dovunque si girasse vedeva rabbia e rancore. Lo vedeva nei manifesti pubblicitari e nelle campagne, lo riconosceva nelle case delle famiglie ricche, nelle case delle famiglie povere, nelle case bombardate e in quelle in costruzione, era manifesto nelle sedi di partito, serpeggiava nelle aule universitarie. Veniva celebrato in alcuni libri, idolatrato dalle religioni e distribuito durante i telegiornali. Il rancore era ovunque. Quel mondo che l'aveva disconosciuto era esso stesso intriso di rancore, su di esso si reggeva e a partire da esso si autogovernava. Le leggi che quel mondo si era dato avevano il comune assioma della presenza del rancore e delle sue molte forme. Quel mondo, era evidente, poteva funzionare solo a partire dall'istituzionalizzazione e interiorizzazione della rabbia.
Vedeva la rabbia altrui sfruttata e assoggettata al costruttivismo sociale, relegata a servire gli interessi dei pochi. Respirava frustrazione a pieni polmoni e pensava "bene, tanto meglio". Era il sistema stesso a darle fratelli e sorelle e, così facendo, stava portando da sé la corda per la propria impiccagione. Non era un sistema in grado di rinnovarsi, solo la rabbia aveva questa capacità, perciò la sola cosa che poteva fare era tamponare, negare, umiliare e prevaricare la rabbia altrui. Spingendola a dubitare di sé, drogandola con parole vuote e prive di senso. "Speranza" dice il sistema, "libertà, democrazia. Futuro!". Questo stesso processo il rancore lo aveva subito sulla propria pelle e lo vedeva riproposto ancora e ancora.
Le ferite, chiuse da tempo, stanno ricominciando a sanguinare. Piccole gocce dense scendono seguendo percorsi scavati dalle urla di tormento durante gli anni come il vento con l'arenaria, e, raggiungendo le infelicità altrui, si coagula. Il contatto regala una stilla di calore e il pensiero corre alle sensazioni provate quel giorno di tanto tempo prima. I ricordi tornano vividi e anche la consapevolezza.
La pupilla si dilata, il respiro si regolarizza, la mente è lucida. Il rancore torna rabbia ma questa volta non ha catene a fermarlo.
Oggi non ci sono camionette né vetrine, la rabbia ha imparato ad incanalarsi là dove serve. Certe volte il massimo risultato si può ottenere anche da azioni estremamente piccole e basilari. La sua quotidiana lotta glielo aveva fatto capire da tempo: il sistema è pieno di falle e si regge solo per pietà e per paura.
Oggi lui non ha né l'una né l'altra, ma pura e cristallina rabbia. Un cavo tocca un altro cavo come fanno due labbra che si baciano e rimangono lì sospese. Si scambiano fluidi e scintille e, infine, sboccia il fuoco. Un primitivo amico che riscalda fin dentro le ossa mentre sale. L'odore acre del fumo riempe le narici.
È una centrale elettrica a bruciare questa volta, da qualche altra parte bruciano caserme, banche, ospedali, aeroporti. Bruciano le case dei ricchi e dei poveri. Bruciano i cimiteri, bruciano i televisori, bruciano i libri e bruciano le persone. Brucio anch'io. Finalmente c'è giustizia.